Reportage

La Geopoetica: un nuovo modo di camminare nel mondo

di Marilù Ardillo
La Geopoetica: un nuovo modo di camminare nel mondo
© Jörg Peter

Tutte le volte in cui lo spirito e la Terra stabiliscono un contatto, allora un mondo emerge. Ogni volta che il contatto è sensibile, attento, intelligente, un mondo esiste.
Lo dicevano già Humboldt, Thoreau o Segalen: l’idea di geopoetica è stata presente in modo latente in diversi scrittori e filosofi attraverso lo spazio e il tempo.
Con un senso allargato delle cose e dell’essere, la geopoetica apre uno spazio di cultura, di pensiero, di vita. In poche parole: apre un mondo”, afferma Kenneth White, che nel 1989 ha fondato l’Istituto Internazionale di Geopoetica.
Già nel 1978 White ha iniziato a parlare di geopoetica, quando si è reso conto che la terra era ogni giorno più minacciata e che occorreva preoccuparsene in un modo che fosse allo stesso tempo profondo ed efficace.
Hölderlin, poeta tedesco considerato tra i più grandi della letteratura mondiale, era persuaso che “poeticamente vive l’uomo sulla terra” e Wallace Stevens, poeta statunitense, scriveva che “i grandi poemi del cielo e dell’inferno sono stati scritti, resta da creare il poema della terra”.
Circa 4 anni fa Mohammed Hashash, ricercatore marocchino e docente alla LUISS di Roma, ha scritto un saggio in lingua inglese pubblicato per la Cambridge Scholars Publishing, che si è rivelato una preziosa lettura critica del pensiero di Kenneth White, intitolato: Intercultural Geopoetics in Kenneth White’s Open World.
Hashas ridefinisce la proposta geopoetica di White come visione umanistica, osservata come pratica intellettuale al servizio di ogni civiltà. Una sorta di appello universale ad instaurare un dialogo autentico tra l’uomo e la sua terra, senza alcuna barriera, e a riaffermare il valore dello scambio di visioni.
La lungimirante progettualità di White aspirava senza dubbio a contrapporre la geopoetica alla geopolitica, rispondendo così alla crisi della civiltà occidentale e alle istanze della modernità con un nuovo modello civile, in cui la voce dell’intellettuale nomade è viva e riverbera nelle ferite di un pianeta martoriato.

La geografia è prima di tutto una poetica, un atto generativo in continua evoluzione. Dal greco γεωγραφία si traduce: descrizione e rappresentazione della terra.
La geografia rende liberi, invita all’esplorazione, alla realizzazione di un legame più forte con tutto ciò che sta intorno a noi. È la più inesauribile fonte di conoscenza e interpretazione della vita che abbiamo a disposizione”, racconta Davide Sapienza, scrittore, giornalista e geopoeta, nel suo libro Il geopoeta. Avventure nelle terre della percezione. E aggiunge: “Sebbene esista al di là di noi, è pur vero che esiste una corrispondenza che ci permette di vedere nella geografia l’effetto dei nostri atti, delle nostre realizzazioni, le quali sono frutti di un lungo percorso, di una semina continua che getta germogli senza sosta”.
ll legame con la geografia dunque è la forma più evoluta di protezione che possiamo ottenere nei confronti di noi stessi e di tutto ciò che fa parte del nostro ecosistema. Poetica e geografia sono entrambe lo specchio del ciclo della vita.

La natura è una forza globale interconnessa, a cui dobbiamo riconoscere dei diritti, che peraltro includono anche noi. 
Alexander von Humboldt aveva compreso già molti anni fa che la poesia era necessaria per comprendere i misteri del mondo naturale e che la natura era in comunicazione con i nostri sentimenti più intimi.
Barry Lopez infatti, il più grande scrittore americano di paesaggi il cui lavoro è noto per il suo interesse umanitario e ambientale, nel suo libro Una geografia profonda (tradotto e curato da Davide Sapienza) parla di geografia interiore e di come questa sia strettamente connessa con quella fisica, con il territorio fisico.
Sono le immagini di elementi primari come luce, acqua, roccia e alberi a creare la mappa che rappresenta la nostra geografia più profonda. Ed è questa che può insegnarci come modificare i nostri comportamenti nella vita sociale di ogni giorno.
Ecco perché è così importante rapportarsi con quello che esiste intorno.

Dovremmo immaginare la geografia come “la più antica forma di scrittura conosciuta dal pianeta, una lingua vera e propria che il territorio, da noi modificato e vissuto, ci ha sempre insegnato e che abbiamo appreso, facendola nostra, per decine di migliaia di anni. Una scrittura talmente diffusa che gli esseri viventi, spostandosi sulla terra e sui mari, hanno unito fiumi, montagne, pianure, altopiani, così come si uniscono vocaboli, aggettivi, avverbi per esprimere emozioni, pensieri, teorie, sillabando nuove narrazioni fatte di storie e scoperte”, ci ha raccontato lo scrittore Davide Sapienza durante la diretta del nostro Caffè Verde di Gennaio 2021. Ci ha aiutati a visualizzare il grande libro che abbiamo iniziato a scrivere fin dall’origine della vita umana e che adesso si trova ad un punto decisivo, perché siamo noi a dover decidere se sarà possibile fare a meno di sentirci in relazione con l’ambiente.
Sapienza ha curato e condotto nel 2016 la prima camminata geopoetica mai fatta in Norvegia per il Festival della Parola Selvatica e nel 2019 ha inaugurato in Puglia a Gravina il primo cammino geopoetico del territorio: il sentiero dell’acqua e della pietra.
Andare nella natura dunque significa andare dentro di noi, perché noi siamo natura.
Camminando nella natura possiamo compiere un atto semplice di responsabilità, possiamo stabilire se l’umanità può progredire o se vogliamo limitarci a consumare suolo e sottosuolo. Possiamo scegliere di svolgere il nostro ruolo all’interno della comunità della Terra. O come scrive Sébastien Jallade nel libro Il richiamo della strada: “possiamo cercare la nostra identità, perché all’origine delle nostre partenze siamo liberi di diventare quello che vogliamo essere”.

Abbiamo trascorso gli ultimi 40.000 anni a distruggere la biodiversità del nostro pianeta. Il percorso per trasformare la cultura alla base di una cementificazione incontrollata e di un’inferno urbano è ancora tutto da immaginare.
In quest’epoca parlare di diritti civili significa soprattuto parlare di diritti della natura, immaginando un nuovo paradigma, come quello suggerito dall’avvocato sudafricano Cormac Cullinan, che nel suo libro Out of the box ha parlato di giurisprudenza selvatica: invece di considerare la natura come mera proprietà, secondo il diritto vigente, dobbiamo comprendere che la natura ha il diritto di esistere, durare, mantenersi e rigenerare i propri cicli vitali.

Nel 2008, a seguito di un referendum popolare, l’Ecuador ha introdotto nella sua nuova costituzione i diritti della Madre Terra che poco dopo, con il coordinamento di Cullinan, hanno portato alla Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, che tra i numerosi articoli ci rammenta che “facciamo parte di una comunità indivisibile, viva, di creature in relazione e interdipendenti tra loro, con un destino comune”.
La poesia della geografia allora è questa: qualcosa che si crea camminando dentro una geografia, perché noi mettiamo in moto noi stessi, il corpo, i sensi, le nostre percezioni che lavorano ad una nuova visione del territorio.

Il mondo vive uno stato di profonda drammaticità e la pandemia non è che un segnale. Molti elementi del mondo fisico stanno scomparendo.
Piuttosto che cedere alla disperazione, piuttosto che rischiare di finire nell’irrilevanza, abbiamo bisogno di riscoprire profondamente la Terra.
Di fatto, la geopoetica non è altro che un terreno d’incontro e di stimolo reciproco tra le più svariate discipline, se soltanto esse fossero pronte ad entrare in uno spazio globale e porsi la domanda più urgente: che ne sarà del mondo?


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