Reportage

Borse di studio Intercultura Cina e Giappone: i racconti di viaggio di Emiliano e Luca

di Marilù Ardillo
Borse di studio Intercultura Cina e Giappone: i racconti di viaggio di Emiliano e Luca

Emiliano e Luca iniziano il loro racconto di viaggio usando le stesse parole: mamma, papà.
Si riferiscono alle famiglie che li hanno accolti in Cina e in Giappone, alle persone che hanno scelto di condividere la propria casa con loro per un intero anno.
È significativo che entrambi scelgano di chiamarli con la stessa intimità e lo stesso valore, quello di un nucleo, di un focolare consolidato e sicuro.
Intercultura garantisce questo prima di ogni altra cosa, una famiglia lontano dalla famiglia. Una certezza in termini di accoglienza, appoggio, affetto e condivisione, mentre si esplora la bellezza e la storia dei luoghi.

Sono partiti dalla Puglia Emiliano e Luca, entrambi a 17 anni, nel mese di agosto rispettivamente del 2018 e del 2017. Emiliano è atterrato a Pechino e vissuto a Shijazhuang, Luca atterrato a Tokyo e vissuto a Oita.
La borsa di studio di Emiliano è stata finanziata dalla Fondazione Vincenzo Casillo; quella di Luca è stata erogata in memoria di Francesco Ludovico Tedone e finanziata dal Comune di Corato, in collaborazione con il Rotary Club Corato, la Fondazione Vincenzo Casillo, l'ITIS "O. Jannuzzi" e i giovani dell'Interact Club che si sono fatti promotori di una raccolta fondi tra gli studenti delle scuole coratine. 
Circa 15 ore di viaggio per entrambi, con gli occhi aperti su cieli sconosciuti carichi di promesse.

Emiliano Maggio ha soggiornato in una sorta di collegio-dormitorio nei pressi della scuola. Durante il weekend era ospite della famiglia.
Nel dormitorio ha fatto parte di un gruppo di 5 ragazzi italiani e 11 thailandesi. A prendersi cura di loro due Āyí (zie), che si occupavano di svegliarli, di impartire le regole, di essere il riferimento per ogni necessità.
La scuola a Shijiazhuang, che letteralmente significa “villaggio della famiglia Shi”, capitale della provincia di Hebei, inizia al mattino intorno alle 7:30 e finisce la sera alle 20:30. L’ora di lezione è definita “periodo” e dura circa 60 minuti per ciascuna materia, fino alla pausa pranzo. Il pomeriggio è dedicato allo studio, all’approfondimento, alla concentrazione e all’apprendimento di un metodo. Alle 21:00 bisogna rientrare nel dormitorio, anche secondo il volere delle Āyí.
Sono serviti circa 5 mesi perché Emiliano iniziasse a comprendere e parlare la lingua cinese. Conoscere l’inglese è stato prezioso per cominciare a interagire con i professori e con i coetanei, ma la lingua non è stato un ostacolo alla curiosità e al desiderio di scoperta. Come se integrarsi fosse un fatto naturale da un certo punto in poi.
I viaggi nelle terre lontane con tradizioni così differenti dalle nostre, per tempi così lunghi, sono di solito i più sfidanti, i più difficili ma anche i più affascinanti, quelli che permettono di mettersi alla prova fino in fondo, di arricchirsi in modo esponenziale.
Emiliano è riuscito a soli 17 anni con la motivazione e la caparbietà come uniche risorse a fare di questa esperienza la sfida più bella della sua vita.
Ha visitato grazie agli AFS di Intercultura la meravigliosa terra dello Yunnan, ha reinventato il Natale che in Cina non si festeggia, continuando ad andare a scuola col ricordo dei regali, delle cene e degli abbracci tutti italiani.
Ha rinsaldato la sua idea del legame con i nonni, a cui nella tradizione cinese è riconosciuto un grande valore. Ha scoperto che la gente comune è aperta, premurosa, gentile. Ha visto la Grande Muraglia, fotografato i templi più suggestivi e gustato le pietanze più gustose, di cui ancora sente nostalgia. 
Oggi Emiliano sente cambiata la sua prospettiva sul futuro: vuole tornare presto all’estero, rivedere la Cina, continuare a conoscere e viaggiare. «Mi avete permesso di studiare una lingua che affascina tutti, e ha affascinato anche me, con i suoi mille caratteri e i suoi suoni, che ritengo armoniosi. Mi avete permesso di conoscere non solo cinesi ma anche tailandesi, con cui abbiamo condiviso intere giornate ed un intero anno di vita, che considero come una mia seconda famiglia. Grazie a questo anno all'estero ho potuto conoscere una magnifica famiglia che mi ha trattato sempre come se fossi loro figlio, così come io li considero ancora come i miei genitori cinesi. Sono davvero felice di tutto ciò che mi avete permesso di fare.
Purtroppo tutto si è concluso ed è stato difficile salutare tutti coloro con cui ho condiviso una parte di vita, ma tutto questo fa parte dell'intero percorso che ti permette di rafforzarti e di prepararti alle sfide future»

Luca Marcone è approdato a Kyūshū, nel capoluogo dell'omonima prefettura di Ōita.
È stato ospitato da due famiglie in tempi diversi: nella prima ha condiviso la stanza con suo fratello giapponese, creando un legame d’affetto profondo con la sorella minore, con cui ha trascorso molti weekend casalinghi a giocare e imparare la lingua.
La seconda è stata una famiglia monogenitoriale: Araki Mitsue, una vivace signora di 70 anni assai poco convenzionale che ha creato con lui un legame straordinario, fatto di apertura, confronto, ricchezza culturale e di tè caldi condivisi. Di autentico senso materno.
La seconda casa aveva le caratteristiche tipiche delle antiche abitazioni giapponesi, con i tatami a vestire la stanza adibita al culto dei defunti dove ogni giorno si entra a pregare.
La giornata di Luca a scuola iniziava alle 8:30, con i primi 5 minuti dedicati sempre ad una breve assemblea di classe. Terminava intorno alle 12:30, con la pausa pranzo in compagnia del bento, preparato scrupolosamente dalla famiglia. Nel pomeriggio, prima di lasciare la scuola, 15 minuti venivano dedicati alla pulizia della classe e dei corridoi, perché in Giappone non esistono collaboratori scolastici: tocca ai ragazzi considerare e gestire la propria classe, la scuola tutta, come la propria casa, da rispettare e di cui prendersi cura.
Luca ha imparato 3 sistemi di scrittura, 3 tipologie di inglese e 2 tipologie di lingua parlata, a seconda dello stato sociale e istituzionale dell’interlocutore.
«Una delle cose che più mi ha colpito è l’ordine, la pulizia, la cura e l’armonia degli ambienti», racconta. «E la bellezza delle Onsen (温泉, terme naturali pubbliche, sorgenti di acqua calda spesso affacciate su panorami di boschi e monti, quando sono fuori città.
Dalle 16:00 alle 19:00 Luca si dedicava all’allenamento del badminton e alla corsa, alla palestra, al corpo libero. La sera era il tempo della cena casalinga, dello studio, del bagno caldo e del riposo.
«Prima di partire non ero molto consapevole di cosa ci fosse fuori dall’Italia. Sono tornato e ho capito cosa significhi essere straniero, ho imparato cos’è la diversità e ho capito come apprezzarla. Ho imparato a rapportarmi con tutti, ho visto luoghi e paesaggi meravigliosi. Il Giappone mi è piaciuto molto perché è un insieme di paesaggi urbani e natura.
Il piatto che ho preferito è stato il Katsudon, una ciotola di riso con sopra una cotoletta di maiale impanata e fritta ed una salsa a base di uova e salsa di soia»
.

Il sorriso compiaciuto è ciò che rimane come denominatore comune di questa esperienza sui volti di Luca ed Emiliano. L’entusiasmo, il cambiamento, la crescita sono le conseguenze più immediate e visibili di quanto vissuto.
Adesso inizia la seconda sfida: restituire il sorriso compiaciuto al nostro Paese perché lo stesso entusiasmo e lo stesso cambiamento portino una crescita capace di guardare al futuro come ad un cielo di promesse.

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