Scuola di Giornalismo W. Tobagi: i nostri giovani borsisti si raccontano
Circa 20 anni fa la Scuola di giornalismo Walter Tobagi ha iniziato a muovere i suoi primi passi come Master interfacoltà dell’Università degli Studi di Milano. Riconosciuta dall’Ordine dei Giornalisti come sede idonea per il praticantato (secondo quanto previsto dal decreto legislativo n.67 del 15 maggio 2017), ancora oggi rappresenta un centro di eccellenza per la formazione di giovani professionisti che desiderano operare nel campo dei media, con un profilo internazionale aperto all’innovazione tecnico-scientifica.
È intitolata a Walter Tobagi, noto giornalista e scrittore italiano inviato del Corriere della Sera, assassinato nel 1980 in un attentato terroristico perpetrato dalla Brigata XXVIII marzo.
Il biennio di formazione teorica e pratica per formare i giornalisti di domani si rinnova per la sua 11° edizione (da Ottobre 2024 a Ottobre 2026), per un totale di 600 ore di didattica frontale, 30 ore di laboratori speciali, 1.400 ore di attività di praticantato e 800 ore di stage presso redazioni giornalistiche note.
30 allievi vengono selezionati per ogni biennio tra gli aspiranti giornalisti in possesso di una laurea almeno triennale, per vivere una straordinaria esperienza didattica presso il Polo di Mediazione interculturale e Comunicazione, che corrisponde all’acquisizione di 120 crediti formativi universitari (CFU).
Al termine del biennio, ottenuto l’attestato di praticantato, gli allievi e le allieve possono sostenere l’esame di stato per l’accesso alla professione di giornalista.
La Fondazione Vincenzo Casillo ha scelto da diversi anni di erogare borse di studio presso la Scuola, rinnovando il suo impegno a favore dell’istruzione, della formazione, della diffusione della cultura, ma soprattutto a favore della costruzione del sogno.
Sono oltre 200 gli ex studenti e studentesse che in questi anni hanno attraversato i corridoi di Sesto San Giovanni, sede della Scuola, imparando a lavorare per la carta stampata, online, per le agenzie, la radio e la televisione. Molti di loro ancora oggi fanno parte delle più importanti redazioni italiane.
A Dicembre dello scorso anno presso la sede di Banco BMP a Milano, in occasione dei 25 anni del network Confimprese, la Fondazione ha incontrato i suoi due ultimi borsisti: Gabriele Scorsonelli, 23 anni originario di Siracusa, laureato in Scienze della Comunicazione a Bologna e Matteo Lefons, 27 anni originario di Lecce, laureato in Mediazione linguistica e specializzato in Comunicazione.
“Ho deciso che da grande avrei fatto il giornalista in quarta elementare. Mi sono innamorato delle parole, del loro potere. Mi è sempre piaciuto raccontare storie, quelle del mondo e delle persone. Fin da piccolo sono stato appassionato di sport, più tardi folgorato dal mondo dello spettacolo e della musica: sono questi i due tipi di giornalismo che sento più affini a me. Vorrei descrivere le emozioni che un brano, uno show o una gara alle Olimpiadi sono in grado di suscitare. E soprattutto far emergere le persone dietro gli atleti e gli artisti. Mi affascinano molto anche le interviste perché bisogna essere capaci di entrare nella vita degli altri in punta di piedi, instaurando in poco tempo un legame che vada oltre il semplice dialogo. Credo che il contatto e la connessione con la gente sia uno dei regali più grandi di questo mestiere”, ci racconta Gabriele in un’intervista esclusiva.
“Già ai tempi delle superiori cercavo di ritagliarmi uno spazio attraverso la scrittura. Prima di un lavoro, essere giornalista è una vocazione. Io mi sento incline a un giornalismo di battaglia, che mette in luce i disagi e i problemi della gente, che non ha paura di prendere posizione”, aggiunge Matteo.
Abbiamo chiesto ad entrambi di raccontarci quale valore aggiunto abbia portato nella loro vita questo primo anno vissuto nella Scuola di Giornalismo, in termini emotivi, umani, di relazione, ma anche in termini professionali, rispetto alle loro abilità e inclinazioni.
Gabriele è un ragazzo a cui piace stringere amicizie e incontrare volti nuovi, nonostante senta di definirsi una persona introversa. “In un anno i ragazzi e le ragazze del Master sono diventati per me una seconda famiglia. Dieci mesi alla Tobagi sono come dieci anni fuori: abbiamo condiviso centinaia di ore, sia lavorando a progetti giornalistici che uscendo insieme nel tempo libero”. Ci restituisce un legame fondato sulla stima reciproca, sul desiderio di aiutarsi, anche con i tutor con cui ha intrecciato un rapporto basato sulla fiducia, il rispetto e la libertà di sbagliare: “credo che in una città che corre freneticamente e in cui regna l’individualismo, il potere del collettivo sia la più grande vittoria del nostro biennio”.
L’anno appena trascorso ha permesso a Gabriele di crescere, affrontando anche momenti difficili, perché spesso gli impegni sono stati molti e quello del giornalista è un mestiere che richiede un’attenzione costante nei confronti del mondo.
Afferma di aver imparato ad adattare la scrittura ai diversi media, a confezionare un servizio televisivo con testo, riprese, montaggio e interviste. Ha sperimentato la conduzione davanti a un microfono e una telecamera, imparando ad acquisire maggiore sicurezza in se stesso: “ora conosco il modo migliore per proporre un articolo alle testate partendo da un’idea e penso di avere acquisito una scrittura più asciutta e diretta rispetto a quando ho iniziato il Master. Sono stati cambiamenti graduali, ma costanti”.
Matteo paragona ironicamente l’anno appena trascorso all’addestramento di Full Metal Jacket, per la complessità e la mole di lavoro che spesso si è trovato a fronteggiare: “se resisti, tutto quello che viene dopo è in discesa”.
Dal punto di vista umano, riferisce di avere un ottimo rapporto con tutti i colleghi: “penso di aver instaurato relazioni che dureranno per molto tempo”. Oggi è convinto di essere fatto per questo lavoro: “lo sento non solo quando sono fiero di un contenuto, ma anche quando sbaglio”.
Tra i vari articoli e servizi tv che ha realizzato in questo anno, Gabriele ha trovato particolarmente stimolante e appassionante essere l’inviato per la Scuola in occasione del 75esimo Festival di Sanremo, data la sua passione per la musica, come anche a Basilea per l’Eurovision Song Contest 2025: “tutti gli articoli che ho scritto in quella settimana, i collegamenti in diretta con il nostro TG e i servizi televisivi sono stati una grande sfida. Essere in grado di documentare le sensazioni del pubblico, le emozioni degli artisti e riassumere in un minuto le novità delle gare, le tensioni politiche e le serate delle due kermesse davanti a una telecamera, mi ha spinto a dare il 200% delle mie energie fisiche e mentali”.
Matteo si dichiara affezionato a molti dei lavori svolti in questo anno: uno tra tutti E la luna salvò, un podcast che ripercorre la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013 attraverso le parole di Vito Fiorino, un uomo di 75 anni che era a bordo della sua barca per pescare e che quella notte ha salvato 47 persone da una morte certa. “È stato un lavoro di gruppo ben riuscito grazie ai miei compagni, ma io ne sento fortemente la paternità. Quando la direttrice della Scuola ci ha riferito che lo avrebbe fatto ascoltare durante le sue lezioni all’università, per me è stato un momento incredibile”.
In queste ultime settimane Gabriele sta eseguendo il primo dei due stage previsti dal biennio presso Mediaset: “è un’esperienza stimolante, sto imparando, dentro un colosso come Mediaset, come funziona il mondo della televisione. Sto mettendo in pratica ciò che mi hanno insegnato al Master: la scrittura per la tv, la costruzione dei servizi, le tempistiche da rispettare, il modo in cui confezionare i contenuti. Mi hanno dato fiducia e sono anche andato in onda con alcuni servizi per Studio Aperto. L’open space in cui lavoriamo aiuta a creare un clima redazionale sereno. Ho conosciuto molti giornalisti televisivi e con gli altri stagisti e le altre stagiste abbiamo creato un bel gruppo”.
Lo stage di Matteo invece si sta svolgendo nella redazione di Fanpage: “è un bel posto in cui lavorare perché si respira una grande libertà. Scrivo articoli che non so quante altre testate mi farebbero pubblicare ed è nata una bella intesa con i colleghi, spero resteremo in contatto anche in futuro”.
Prima di salutarli e ringraziarli per la generosità con cui si sono raccontati, chiediamo ai nostri borsisti se ritengono che il giornalismo possa incidere sul cambiamento sociale, tema particolarmente caro alla Fondazione, ossia quella trasformazione profonda e duratura che riguarda i modelli organizzativi di una società, che include le norme, i valori, le istituzioni e i comportamenti.
Gabriele risponde con assertività e tenta di offrire una visione: “il giornalismo indipendente, corretto, realizzato attraverso un lavoro minuzioso, può incidere eccome sul cambiamento sociale. Può smuovere le coscienze, raccontando ciò che sulla superficie non si vede. E farlo nel 2025, a mio parere, non significa solo scrivere un articolo sul web o sulla carta, ma essere attivi sui social, parlare il linguaggio dei giovani, inventare nuovi format d’informazione che attirino l’attenzione, in un mondo in cui la soglia di concentrazione è sempre più bassa. Non basta rincorrere i tempi, per cambiare una società è necessario prevedere i mutamenti. Bisogna parlare con le persone, raccogliere le loro testimonianze e ascoltarle”.
Matteo conferma: “una nazione è veramente libera quando il giornalista può fare il suo lavoro senza rischiare ritorsioni. Quindi il giornalismo è fondamentale per ogni cambiamento sociale: una buona informazione rende il mondo un po’ migliore di com’è”.
✨ [*Questo articolo è frutto della creatività e competenza umana. È stato redatto senza l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.]







