La sfida del Villaggio Neve Shalom: intervista a Shireen Najjar e Giulia Ceccutti
Dal 1972 esiste un luogo, equidistante da Gerusalemme e da Tel Aviv, che seppure piccolo profonde ogni giorno energia e impegno per lasciare la sua impronta.
Si erge su un terreno di 100 acri preso in affitto simbolico da padre Bruno Hussar dal vicino monastero di Latrun (ﺍﻟﻠﻄﺮﻭﻥ) ed è abitato da arabi palestinesi ed ebrei israeliani, tutti di cittadinanza israeliana, che convivono in modo pacifico e collaborativo.
Circa cinquant’anni fa qualcuno ha scelto di escogitare un modo perché persone così profondamente divise dalla storia e dai pregiudizi potessero comunicare e vivere in una comunità, fedeli ciascuno alla propria fede e alle proprie tradizioni e pienamente rispettose di quelle altrui. Fu questa la prima forma del sogno di Neve Shalom Wāħat as-Salām (נװה שלום).
Questo villaggio ancora oggi offre la possibilità di condividere spazi e pensieri con persone che appartengono ad un’altra cultura, che si ostinano a credere che solo il dialogo abbia il potere di cambiare le cose, di colmare la distanza. Di indicare un’altra strada.

Il villaggio Neve Shalom – ©Christoph Knoch
Il 19 Novembre 2025 abbiamo avuto l’onore di incontrare e ascoltare Shireen Najjar, attivista e formatrice palestinese che vive nel Villaggio e insegna nella Scuola per la Pace, presso un istituto scolastico di Corato (BA) che grazie alla mediazione della Fondazione Vincenzo Casillo ha iscritto tre delle sue classi alla Sezione Rondine di Rondine Cittadella della Pace. Il numero di giovani che attualmente ha fruito dei molteplici programmi della Scuola per la Pace supera i 25mila.
È stata lei a consentirci di scoprire l’Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wāħat as-Salām, che dal 1991 insieme ad altre dodici associazioni nel mondo sostiene moralmente e materialmente il Villaggio.
Giulia Ceccutti ne è la coordinatrice e nel 2025 ha scritto un libro intitolato Respirare il futuro. La sfida di Neve Shalom Wāħat as-Salām – Ed. In Dialogo (con una prefazione del giornalista Nello Scavo) che raccoglie molte preziose storie e testimonianze di abitanti del Villaggio, di coloro che partecipano con la loro esistenza alla costruzione di strategie concrete in risposta alla guerra.
Abbiamo dialogato con loro in un’intervista esclusiva con l’auspicio di portare nelle nostre vite, nelle nostre case, nelle nostre scuole, una visione e un sentimento capaci di impedire la distruzione della speranza, di sfidare le narrazioni che alimentano il conflitto, di incoraggiare un futuro aperto, di dimostrare quanto potente possa essere un sogno giusto.
✦ Shireen, lei è stata la prima bambina araba a nascere nella comunità di Neve Shalom nel 1980. Cosa ricorda della sua infanzia e adolescenza?
Eravamo sulla collina, solo cinque famiglie all’epoca, che avevano portato lì i primi figli. Per diversi anni sono stata l’unica bambina araba nella comunità. Sono stata educata e cresciuta insieme agli altri ragazzi. Ero sempre la più grande e l’unica femmina, e oggi posso dire che questo mi ha dato molta forza.
Avevo molti doveri sulle spalle, dovevo farmi sentire. Nel mio caso era tutto insieme: la voce araba, la voce palestinese, la voce musulmana, la voce femminile. Tutto era sulle mie spalle e nel mio cuore. Ricordo che eravamo pochissimi anche a scuola. La scuola era stata aperta da poco e noi crescevamo insieme al crescere della scuola. Eravamo nove bambini scatenati. In seguito il Villaggio ha aperto le porte della propria scuola ai villaggi circostanti e sono arrivati molti altri bambini.
Per me era una cosa molto naturale, ero anche la più grande in famiglia tra i miei fratelli. Conoscevo molto bene l’arabo naturalmente ma anche l’ebraico, le tradizioni, le canzoni di entrambi i popoli, la cultura di tutti. Viaggiavamo per parlare del nostro villaggio, in televisione e su altri media, all’interno del Paese e anche all’estero.
Ricordo che venni in Italia per parlare, era bello essere ambasciatori del Villaggio. Il Villaggio è anche il luogo nel quale vivo oggi con la mia famiglia e dove sto crescendo i miei figli e anche dove lavoro come facilitatrice. Ho fatto il corso di facilitazione della Scuola per la pace e ho portato questo metodo anche in altri luoghi.
✦ Qual è il ruolo di un facilitatore della Scuola per la Pace?
Alla Scuola per la pace abbiamo un metodo speciale che chiamiamo “dialogo tra gruppi in conflitto”. Crediamo che il piccolo gruppo che stiamo facilitando rappresenti un microcosmo della realtà che ci circonda. Con la mia voce sto rappresentando qualcosa: la mia parte, la mia appartenenza.
Il mio ruolo come facilitatrice è quello di lasciare che il gruppo a me affidato si esprima, si faccia sentire. Nel gruppo mettiamo sul tavolo quello di cui di solito non si parla. Il mio ruolo di facilitatrice è quello di responsabilizzare la mia parte di gruppo. Nello spazio dei nostri incontri ciascuno può dire la propria opinione e sentirsi libero di farlo, mentre all’esterno ci sono dei limiti. Oggi nel gruppo parliamo di cosa significa essere una minoranza oppressa all’interno della società. Parliamo anche delle dinamiche di potere all’interno del gruppo.
All’esterno del gruppo abbiamo l’oppressione, abbiamo oppressori e oppressi, abbiamo l’occupazione. E sappiamo che dobbiamo stare molto attenti nell’uso della terminologia. Quindi parliamo della terminologia e di chi ha più potere o il diritto di usare la terminologia che vuole, e di chi invece non può scegliere.
Ad esempio io indosso un hijab. Come mi muovo con un hijab in questa realtà? Quali sono le minacce? Quali sono i sentimenti o le esperienze difficili che sto affrontando nell’ambiente che mi circonda? Offriamo in sintesi uno spazio sicuro per parlare e confrontarsi.
✦ Shireen, quali sono le sfide più difficili che il Villaggio deve affrontare?
Ciò che stiamo vivendo oggi è la nostra prova, il nostro esame come comunità. Come possiamo noi – in quanto comunità che crede nella condivisione della vita, delle responsabilità e del potere – mettere in atto questa condivisione quando ci troviamo di fronte a una crisi? Perché è facile vivere insieme quando tutto va bene, ma quando ci troviamo in difficoltà, ad esempio dopo il 7 Ottobre 2023, tutto si complica.
L’occupazione non è iniziata due anni e mezzo fa. È iniziata molto prima, ma è aumentata nell’ultimo periodo. E ora abbiamo una crisi, quindi è molto difficile. Come possiamo dialogare nonostante il tasso di violenza che vediamo dappertutto? Come possiamo condividere la vita? La nostra è l’unica comunità che condivide la vita in questo modo, alla pari. Quindi la cosa migliore che possiamo fare è parlare apertamente all’interno del villaggio. Durante la guerra abbiamo anche avviato dei gruppi di dialogo all’interno della comunità, tra i membri del villaggio per parlare delle questioni difficili per noi. Sono stati dialoghi molto toccanti, con tante emozioni e lacrime. Abbiamo fatto emergere le nostre paure e ciò che desideriamo.
✦ Giulia, quale immagine a suo parere traduce con maggiore chiarezza la missione di Neve Shalom?
Sta in un piccolo quadro, appeso in una delle stanze del Centro Spirituale Pluralista di comunità. Sono convinta sia l’immagine più efficace per descrivere il Villaggio. Il quadro cui mi riferisco riporta una frase di Gandhi: There is no way to peace, peace is the way (“Non c’è una strada per la pace, la pace è la strada”). Il Villaggio è esattamente questo: una pratica quotidiana – faticosa, continua – di costruzione della pace dal basso.
✦ Shireen, come è cambiato il lavoro delle istituzioni educative dopo l’attacco del 7 ottobre 2023? Quali misure sono state messe in atto con i genitori, gli insegnanti e i bambini?
Il nostro sistema educativo fa parte del sistema educativo israeliano, quindi dopo il 7 ottobre 2023 la scuola è rimasta chiusa per circa due settimane come previsto, ma abbiamo creato una comunità, abbiamo aperto l’asilo e la scuola in un altro modo. Lo abbiamo fatto noi, i genitori. Abbiamo avviato dei piccoli programmi, ad esempio uno artistico. Così i genitori venivano e si prendevano cura dei bambini. Eravamo vicini al rifugio della scuola.
Questo è quello che come genitori abbiamo fatto anche durante la guerra con l’Iran. Anche oggi c’è molta tensione. Ci assumiamo – ognuno di noi – la responsabilità del nostro villaggio. Cosa facciamo ora? Condividiamo la vita. Abbiamo dei bambini che stiamo crescendo insieme. Stiamo continuando a condividere il tempo, le attività. Quando si è soli, si ha molta più paura e ci si sente molto più sotto attacco. E sì, non è facile, ma quando siamo insieme, condividiamo i problemi e i momenti difficili insieme.
✦ Giulia, quando e perché ha scelto di scrivere il suo libro? Quale cammino immagina per lui?
Ho scelto – in accordo con il consiglio direttivo dell’Associazione Italiana – di lavorare a questo libro nel corso del 2024 e a inizio 2025. Nel buio di quei mesi di guerra e dopo il 7 ottobre 2023, di fronte anche alla polarizzazione in cui ci sentivamo immersi, ci siamo detti che era urgente, importante e necessario far sentire ancora più netta – anche qui in Italia – la voce degli abitanti di Neve Shalom Wahat al-Salam. Una voce testardamente non rassegnata a un ciclo di violenza reciproca senza fine. Una voce in rete con tante altre voci della società civile israeliana.
Direi che più che immaginare un cammino per il libro, è il contrario. È il libro (o meglio la forza delle testimonianze di vita di cui si fa portavoce) che mi sta letteralmente portando da un incontro all’altro, da una città all’altra, in un passaparola continuo. È molto bello per me in particolare incontrare le ragazze e i ragazzi delle scuole, accogliere i loro interrogativi, incontrare il loro sguardo dopo la lettura.
✦ Nelle sue pagine molti abitanti si raccontano a cuore aperto. Ci sono lutti, tensioni, fatiche. C’è incertezza sul presente e sul futuro, ma c’è anche un’incrollabile motivazione. Cosa le è rimasto delle storie raccolte? (Cosa possiamo imparare?)
In sintesi, direi la forza trasformatrice del dialogo. Un dialogo che, come spiegato dai vari abitanti, è stato messo in atto a più livelli, su più piani. Non senza fatica. Bob Mark parla non a caso per la comunità di «diversi cerchi di dialogo». Ecco alcuni esempi: il processo di dialogo messo in atto tra i residenti subito dopo il 7 ottobre (ricordo, su questo, che è una modalità già consolidata, negli anni, a Neve Shalom nei momenti di crisi); gli incontri facilitati dalla Scuola per la pace, sia al Villaggio che fuori; i momenti di confronto per i genitori della scuola primaria bilingue e binazionale; il dialogo sul piano interreligioso. Cito anche la Tenda del lutto comune, con la condivisione del dolore da entrambe le parti: un’esperienza unica e carica di significato.
Accanto a questo, mi è rimasto il “respiro” che Neve Shalom Wahat al-Salam continua a rappresentare per i suoi abitanti, ma anche per noi qui. Uno spazio sicuro e libero per esprimersi, nel rispetto dell’identità di tutti.
✦ Shireen, come approdano le famiglie al Villaggio? Cosa bisogna fare per poter vivere lì?
Noi non possediamo la terra su cui abitiamo, è del vicino monastero di Latrun che la concesse in affitto simbolico a Bruno Hussar, il fondatore del Villaggio. Quindi ogni famiglia che desidera venire a vivere nel villaggio partecipa, tra le altre cose, a un seminario della Scuola per la pace per verificare se è davvero pronta per questa vita condivisa. Come ho detto, non è facile.
Le famiglie che vogliono venire qui partecipano a un gruppo di dialogo per comprendere se vogliono educare i loro figli in questa realtà. Abbiamo una lunga lista d’attesa di famiglie, ma siamo molto limitati nelle risorse e nella terra a disposizione. La maggior parte del nostro sostegno proviene dall’estero, come dall’Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam e altre associazioni di amici negli Stati Uniti, nel Regno Unito, che ci aiutano finanziariamente anche per sostenere la scuola e il sistema educativo.
✦ Giulia, l’Associazione italiana Amici di Neve Shalom Wahat al- Salam da circa 30 anni si impegna a sostenere il Villaggio. In che modo e attraverso quali attività?
L’Associazione è nata nel 1991 su iniziativa di Bruno Hussar, fondatore del Villaggio, e Renzo Fabris, figura chiave del dialogo cristiano-ebraico in Italia. Insieme alle altre Associazioni internazionali di Amici, presenti in diversi Paesi (Europa e Stati Uniti), favorisce i legami tra il Villaggio e quanti, all’estero, ne condividono ideali e progetti.
Ci occupiamo di sensibilizzare sui temi della pace e della gestione dei conflitti così come sono affrontati nell’esperienza di Neve Shalom attraverso incontri pubblici di presentazione e laboratori di educazione alla pace nelle scuole; raccogliere fondi per sostenere i progetti educativi (scuola primaria, Scuola per la pace, Centro Spirituale Pluralista); promuovere le relazioni tra il Villaggio e le realtà italiane interessate al suo lavoro (media, Comuni, istituzioni, realtà della società civile …); inviare giovani volontari e stagisti; organizzare viaggi di conoscenza del contesto israelopalestinese, della realtà del Villaggio e di associazioni e realtà di dialogo israeliane e palestinesi.
✦ Ramez e Adam sono oggi due ventenni cresciuti insieme nel Villaggio e da sempre ottimi amici. Perché la loro storia è un esempio prezioso per i nostri giovani?
Perché racconta in modo semplice tutta la complessità della situazione e il fatto che alcune scelte che da qui possono apparire scontate, lì non lo sono affatto. La loro amicizia ci parla di fiducia, di un legame che resiste al conflitto e ai conflitti. Ci parla di un’alternativa possibile, come dice bene Adam: «Penso che il regalo più bello che il Villaggio mi ha fatto sia stata la possibilità di avere amici stretti che appartengono a un altro popolo, un’altra cultura, un’altra religione. È qualcosa di comune nel resto del mondo, o almeno in tanti altri Paesi, ma non molto frequente in Israele, soprattutto con gli arabi e i musulmani. Ho imparato da loro la lingua, lo slang, la cultura e tutto il resto, ma prima di tutto per me sono degli amici, non arabi o musulmani. (…) Questo, certo, rende il tutto – l’insieme del proprio modo di vivere e delle scelte – piuttosto complicato, ma comunque bello, speciale: qualcosa che ti resta per tutta la vita. Allarga la prospettiva sul mondo, sulla situazione qui in Israele e in Palestina, ci fa imparare a conoscere il punto di vista degli uni e degli altri sul conflitto, la guerra e i fatti più piccoli, quotidiani».
Marilù Ardillo
©Foto dell’Associazione Italiana Amici di Neve Shalom Wahat al-Salam.
[*Questo articolo è frutto della creatività e competenza umana. È stato redatto senza l’ausilio di strumenti di intelligenza artificiale.]




